2018

16 maggio Kamal et al., Attitudine delle persone con infezione HIV rispetto alla co-medicazione


Attitudine delle persone con infezione HIV rispetto alla co-medicazione in paragone alla terapia per l’HIV.    HIV Medicine

La maggioranza delle persone sieropositive assume i medicamenti per l’HIV in modo coscienzioso e con una buona aderenza terapeutica. Ma qual’è l’aderenza terapeutica rispetto i medicamenti concomitanti (co-medicazione), come ad esempio i medicamenti per l’ipertensione arteriosa, il diabete o il colesterolo? Per rispondere a questa domanda i ricercatori dello Studio svizzero della coorte HIV (SHCS) hanno interrogato i pazienti sull’importanza che attribuiscono alla co-medicazione in confronto ai farmaci per l’HIV. I ricercatori hanno scoperto che le persone sieropositive considerano la co-medicazione come meno importante e di conseguenza la tralasciano più frequentemente rispetto ai farmaci per l’HIV.

Per determinare l’importanza che le persone sieropositive attribuiscono alla co-medicazione e quale sia l’aderenza terapeutica nei confronti di tali medicamenti, i ricercatori hanno analizzato 109 questionari concepiti in modo specifico per questo studio e compilati da pazienti che partecipano alla SHCS. La maggioranza dei pazienti erano uomini con età media di 56 anni. 83% dei partecipanti ha indicato di assumere regolarmente i farmaci per l’HIV e il 71% ha assunto regolarmente la co-medicazione. L’analisi statistica ha potuto dimostrare che l’assunzione di farmaci non destinati al trattamento dell’infezione HIV era significativamente meno regolare rispetto i farmaci destinati all’infezione HIV. Inoltre i partecipanti ammettono che i farmaci per l’HIV sono considerati più importanti e che i pazienti sono meno preoccupati di eventuali effetti avversi rispetto a quelli potenzialmente associati alla co-medicazione. Le persone con un modesto livello di formazione erano più convinti rispetto alle persone con un livello di formazione superiore che l’assunzione della co-medicazione fosse importante. Sorprendentemente le persone con un tasso di linfociti T aiutanti (CD4+) elevati consideravano più importante la co-medicazione rispetto alle persone con un tasso basso di linfociti T aiutanti.

Riassumendo lo studio mostra che le persone sieropositive danno più importanza all’assunzione regolare dei farmaci per l’HIV rispetto alla co-medicazione. È dunque importante che i medici non parlino con i loro pazienti esclusivamente dell’aderenza terapeutica concernente i farmaci per l’HIV ma anche della loro preoccupazione e potenziale intolleranza alla co-medicazione. Considerando che le persone sieropositive hanno un rischio più elevato di malattie cardiovascolari rispetto alla popolazione in generale, l’assunzione regolare della co-medicazione (ad esempio farmaci per l’ipertensione o anticoagulanti) ha un’importanza maggiore nel mantenere un buono stato di salute.

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11 aprile Borges et al., I medicamenti anti-HIV e il rischio di fratture ossee


I medicamenti anti-HIV e il rischio di fratture ossee in un grande studio osservazionale.   Clinical Infectious Diseases

Alcuni medicamenti per l’HIV hanno un influsso negativo sul metabolismo delle ossa. Non è ancora chiaro se questo problema possa favorire le fratture ossee. Ricercatori di vari studi di coorte HIV europei si sono chinati sulla questione e hanno studiato i fattori che correlano con fratture ossee ed osteonecrosi nelle persone sieropositive. Lo studio ha mostrato che, tra tutti i medicamenti anti-HIV, solamente il tenofovir disoproxil fumarato (TDF) aumenta il rischio di fratture ossee. Riassumiamo al seguito le indicazioni fornite dallo studio. 11'820 persone sono state incluse nello studio ed osservate durante un periodo totale cumulativo di 86'118 anni. L’età media dei partecipanti era di 41 anni, 2/3 erano maschi, il valore medio dei linfociti CD4+ era di 440 cellule/µl e il 70% delle persone aveva una viremia HIV soppressa. Tra i partecipanti dello studio i ricercatori hanno trovato 610 fratture e 89 casi di osteonecrosi. I fattori associati ad un rischio più elevato di fratture erano: un’età avanzata, il sottopeso, un consumo di droghe per via endovenosa, un tasso basso di linfociti CD4+, una co-infezione da epatite C, un’osteonecrosi o una frattura nel passato, malattie cardiovascolari e una diagnosi recente di cancro.

I partecipanti allo studio sotto trattamento con tenofovir disoproxil fumarato (TDF) avevamo un rischio di frattura 50% più elevato rispetto alle persone senza TDF. Inoltre il rischio di fratture era leggermente aumentato se una persona era stata sottoposta in passato ad una terapia con TDF. Gli altri medicamenti anti-HIV non aumentavano il rischio di fratture o di osteonecrosi.

Riassumendo lo studio mostra che le modifiche del metabolismo osseo nelle persone sieropositive favoriscono le fratture e l’osteonecrosi. I fattori di rischio per le fratture sono molteplici e comprendono fattori genetici, fattori legati all’HIV e ad altre comorbidità. Considerando che il TDF aumenta il rischio di fratture nelle persone sieropositive, occorre essere prudenti nella prescrizione di tale sostanza. Si raccomanda di modificare il trattamento a vantaggio del farmaco di generazione successiva, il tenofovir alafenamide fumarato (TAF) perché sino ad ora gli effetti avversi associati al TDF non sono stati descritti sotto TAF. Di conseguenza i medici che seguono pazienti sotto Truvada® devono prendere in considerazione la possibilità di un cambiamento su Descovy®.

PubMed

14 marzo Elzi et al., Effetti avversi degli inibitori dell’integrasi dolutegravir e raltegravir


Effetti avversi degli inibitori dell’integrasi dolutegravir e raltegravir.   AIDS

Le raccomandazioni internazionali consigliano come terapia iniziale per le persone con HIV una combinazione con inibitore dell’integrasi. Dolutegravir e raltegravir sono gli inibitori dell’integrasi prescritti più frequentemente grazie alla loro efficacia e buona tolleranza. Negli ultimi due anni, differenti studi hanno riportato degli effetti avversi che coinvolgono il sistema nervoso centrale, più frequentemente con il farmaco dolutegravir. Gli autori del presente studio hanno analizzato gli effetti avversi e la percentuale di interruzione di dolutegravir paragonato con raltegravir nello Studio svizzero della coorte HIV (SHCS). La loro conclusione: effetti collaterali sotto dolutegravir o raltegravir sono molto rari. Gli effetti collaterali concernenti il sistema nervoso centrale erano solo leggermente più frequenti con dolutegravir rispetto a raltegravir.

In questo studio sono stati analizzati i dati di 4'041 pazienti del SHCS. 2'901 erano sotto un trattamento per l’HIV con raltegravir e 1'950 con dolutegravir.

Il tasso di interruzione della terapia nel primo anno dopo l’inizio del trattamento era di 15 per 100 anni-paziente. Con altre parole su 100 pazienti che assumono la terapia per un anno, la terapia per l’HIV ha dovuto essere modificata in 15 persone. Per entrambi gli inibitori dell’integrasi un fallimento virologico era molto raro e riguardava solo 10 pazienti sotto raltegravir (0.5%) e 2 pazienti sotto dolutegravir (0.1%).

I motivi più frequenti di un cambio di terapia nel corso del primo anno di trattamento per l’HIV con inbitore dell’ingrasi erano il desiderio del paziente di cambiare la terapia, la raccomandazione del medico curante e una semplificazione del trattamento. Gli effetti avversi dei due medicamenti erano rari e concernevano 4.3% dei pazienti sotto raltegravir e 3.6% dei pazienti sotto dolutegravir. Un cambiamento di terapia dovuto agli effetti avversi era nettamente più frequente nelle donne rispetto agli uomini.

Gli effetti collaterali concernenti il sistema nervoso centrale si sono manifestati due volte più spesso sotto dolutegravir in paragone al raltegravir. In cifra assoluta, la differenza del numero di effetti avversi tra i due farmaci è minima e riguarda solamente 33 pazienti sotto dolutegravir (1.7%) e 13 pazienti sotto raltegravir (0.6%). Il rischio di dover modificare la terapia a causa degli effetti collaterali sul sistema nervoso centrale era due volte più elevato con dolutegravir rispetto a raltegravir.

Riassumendo, in oltre 4000 partecipanti al SHCS si è potuto osservare una grande efficacia dei due inibitori dell’integrasi dolutegravir e raltegravir. Gli effetti avversi concernenti il sistema nervoso centrale erano più frequenti con dolutegravir rispetto a raltegravir, ma nell’insieme il tasso di effetti collaterali è molto basso. Ciò non di meno è importante informare i pazienti sotto terapia con inibitori dell’integrasi dei possibili effetti avversi sul sistema nervoso centrale e il medico curante dovrebbe porre delle domande specifiche su tali effetti avversi. Se sotto trattamento con dolutegravir si manifestano effetti avversi sul sistema nervoso centrale è ragionevole cambiare su un altro inibitore dell’integrasi.

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22 gennaio Béguelin et al., Aumento dei trattamenti e del tasso di guarigione dell’epatite C nei partecipanti allo SHCS 2011-2015


Aumento dei trattamenti e del tasso di guarigione dell’epatite C nei partecipanti allo Studio svizzero della coorte HIV (SHCS) 2011-2015.    Liver International

I medicamenti anti-HCV (virus dell’epatite C), i cosiddetti agenti antivirali ad azione diretta (AAD), sono estremamente efficaci, ben tollerati e disponibili in Svizzera dal novembre 2011. Vi presentiamo i dati di uno studio che concerne il tasso di trattamento e il successo della terapia anti-HCV nei partecipanti al SHCS con epatite C. Il risultato più importante scaturito dallo studio è che il numero di pazienti trattati è quintuplicato e che il 96% delle persone sottoposte a terapia con la nuova generazione di AAD è guarita dall’epatite C.

Fino a metà del 2011 il trattamento per l’epatite C’era composto dalla combinazione di interferone peghilato e ribavirina. Questo trattamento aveva un tasso di successo mediocre e provocava molti effetti avversi. I primi medicamenti anti-HCV altamente efficaci (AAD) sono apparsi sul mercato nel 2011. La loro efficacia è nettamente più elevata rispetto ai vecchi trattamenti e provocano meno effetti avversi. La seconda generazione di AAD è disponibile dal 2014: non provocano di regola effetti avversi e il trattamento dura generalmente tre mesi con un tasso di guarigione molto elevato.

Gli autori dello studio attuale hanno analizzato tre periodi:
01/2009-08/2011   prima dell’arrivo della prima generazione di AAD (periodo 1)
09/2011-03/2014   dopo l’introduzione della prima generazione di AAD (periodo 2)
04/2014-12/2015   dopo l’introduzione della seconda generazione di AAD (periodo 3)

Nello studio in questione è stato constatato che il tasso di trattamento anti-HCV è costantemente aumentato dal primo al terzo periodo, addirittura si è quintuplicato. In parallelo il tasso di guarigione dopo trattamento è praticamente raddoppiato, dal 54% nel periodo 1 al 96% dopo l’introduzione dei trattamenti di seconda generazione.

876 partecipanti alla SHCS erano affetti da un’epatite C all’inizio del periodo 3. Tra costoro il 20% ha iniziato un trattamento con AAD altamente efficaci di seconda generazione. Ben ¾ dei soggetti era affetto da una fibrosi epatica di stadio avanzato. Malgrado ciò 96% dei pazienti sono guariti dall’infezione. Solo 4 pazienti non sono guariti dall’epatite C malgrado il trattamento.

Riassumendo lo studio mostra che il tasso di trattamento dell’epatite C’è fortemente aumentato dopo l’arrivo sul mercato svizzero dei nuovi AAD. Con la nuova classe di farmaci, praticamente tutti i pazienti trattati sono guariti. Inoltre i risultati mostrano che le persone con una coinfezione HIV/HCV hanno la stessa probabilità di guarigione rispetto alle persone con monoinfezione da HCV. A causa del costo molto elevato dei nuovi AAD, al momento dell’arrivo sul mercato, le casse malati non assumevano i costi del trattamento per pazienti che non avevano già segni di danno al fegato. Dal 1° ottobre 2017 tutti i pazienti con epatite C in Svizzera possono però essere trattati con i nuovi AAD indipendentemente da eventuali lesioni al fegato o altri fattori. Le importanti barriere per il trattamento dell’epatite C sono quindi state tolte e l’eradicazione dell’HCV in Svizzera è diventato un obiettivo realistico.

PubMed